Reportage

Brividi e simboli alla Sacra di San Michele

Architetture da brivido e simboli profetici connotano questo straordinario monumento eretto a metà del percorso micaelico che va dall’Irlanda alla Puglia, segnato da sette santuari; da qui passava anche la via Francigena che attraverso la Val di Susa univa Mont-Saint-Michel, in Francia, al santuario di San Michele Arcangelo vicino a Foggia.

Memorie e romanzi
Imponente, carico di secoli, memorie e simboli, la Sacra avvolge la sommità del monte Pirchiriano a 960 metri di altitudine, visibile da ogni parte fra le Alpi Cozie e la pianura. Monumento simbolo del Piemonte, fa parte della Città metropolitana di Torino. Poggia su vestigia romane e longobarde questo luogo dedicato a San Michele, venerato in Val di Susa prima ancora che sorgesse l’Abbazia, nata – non può essere altrimenti – da un prodigio alla fine del X secolo: l’eremita Giovanni Vincenzo, già arcivescovo, ricevette in visione dall’Arcangelo l’ordine di edificare un santuario. In molti videro, una notte, la cappella consacrata dagli Angeli avvolta da un grande fuoco. Innumerevoli le traversie subite, dai fulgori dei primi secoli benedettini alle devastazioni delle guerre, dei terremoti, degli abbattimenti, fino alle ricostruzioni, agli ingrandimenti e ai restauri. L’ultimo accadimento nefasto è stato l’incendio nella notte del 24 gennaio 2018, che ha seriamente danneggiato il Monastero Vecchio, senza devastare, comunque, la parte architettonicamente più rilevante. Ne consegue una visione d’insieme da romanzo come si legge ne “Il nome della Rosa” di Umberto Eco e “Il mercante di libri maledetti” di Marcello Simoni, parzialmente ambientati proprio nell’Abbazia benedettina. All’inizio del XI secolo fu costruito un piccolo cenobio per monaci e pellegrini e sulla chiesetta primigenia fu eretta la nuova chiesa, che poggia proprio su due precedenti cappelle. Il complesso abbraccia la foresteria, al centro il monastero e in alto la chiesa; il “Nuovo monastero” fu strutturato per ospitare decine di monaci con celle, biblioteca, cucine, refettorio, officine. Il priore, come si conviene, aveva il bagno in camera. Oltre alle architetture imponenti e alla storia millenaria impressa da Benedettini, Rosminiani, signori francesi fino ai Savoia, ciò che invita ad una visita davvero coinvolgente sono i segni impressi ovunque, che in tempo di analfabetismo quasi totale guidavano gli antichi viaggiatori verso le mete e i messaggi religiosi.

La via del distacco e l’ascesa
La Sacra ha un forte richiamo anche per noi moderni. Vi si accede, di norma, attraverso un sentiero nel bosco come “via del distacco” dai rumori del mondo e da una psiche ingombrante, la mente-scimmia descritta dal buddhismo che saltella da un contenuto all’altro, senza mai trovare pace. Visitare i santuari può liberare la mente e favorire l’ascesa, comunque la si interpreti.
Inizia l’ascesa dentro la “Chiesa nuova”.
Sul portale stanno leoni senza criniera a raffigurare l’accoglienza, mentre San Michele vestito da monaco con la mano sinistra indica l’entrata e la destra sembra pronta a sguainare la spada: si tratta sempre dell’Arcangelo vincitore sugli angeli ribelli. Dall’altissimo protiro si accede all’erto Scalone dei Morti – un tempo fiancheggiato da tombe -, in pietra verde tra le rocce affioranti che conduce alla Porta dello Zodiaco: i segni zodiacali decorati in rilievo sugli stipiti, ricordano lo scorrere del tempo e l’ineluttabilità della morte. Opera del 1100 eseguita da Niccolò, incanta per finezza, complessità e merita sguardi attenti e pensieri profondi. Si arriva così al piano di base della Chiesa, dove campeggiano i Savoia. Nel 1836, Carlo Alberto per dare lustro alla Chiesa piemontese e al proprio casato, pensò di affidare il complesso ad Antonio Rosmini, fondatore dell’Istituto della carità: i Padri Rosminiani divennero amministratori della Sacra e delle rendite abbaziali. In compenso, lo spazio a sinistra è occupato da sedici pesantissimi sarcofagi di pietra – 60 tonnellate ognuno – dove furono sepolti principi, principesse e principini dei Savoia. Per la traslazione fu sterrato apposta il Sentiero dei Principi e ogni sarcofago fu calato dentro la chiesa attraverso il finestrone. Un po’ lugubre questo aspetto dello spazio, ma la storia è storia. La leggenda ci porta invece sulla torre della Bell’Alda, belvedere sulla valle che dà i brividi e porta il nome di una giovane donna vittima della propria vanità. E’ un “culmine vertiginosamente santo” la Chiesa, come recita un verso del poeta rosminiano Clemente Rebora che s’intravvede sulla targa apposta sulla vetta del Porchiriano, una delle colonne portanti della chiesa, a riprova di queste straordinarie architetture.
All’arrivo e alla partenza dalla Sacra, il primo e l’ultimo sguardo sul complesso non può che essere rivolto all’Arcangelo Michele che campeggia su uno spuntone di roccia tra il monastero e la chiesa. Una statua in bronzo creata nel 2005 dallo scultore altoatesino Paul Moroder, simbolo e sprone al coraggio e a visioni nell’ultramondo. www.sacradisanmichele.it

Sono nata a due chilometri dal Garda e il lungolago di Peschiera è stata la mia long beach, “esotica” e invitante come appariva agli adolescenti di fine anni ’60. Alla scuola elementare decisi di fare la maestra e così fu; alla media la professoressa di lettere, così non fu ma ebbi l’abilitazione per la cattedra; alle superiori la giornalista, e così è stato, nella seconda vita professionale. Quanto mi è piaciuto insegnare a leggere e scrivere ai bambini, sentivo il privilegio di dare loro gli strumenti per comprendere il mondo. Erano gli anni ’70, densi di progetti, aspettative, azioni dirompenti rispetto alla cultura precedente, perciò decisi di mettermi al timone della nave diventando dirigente scolastica e in questa veste ho partecipato all’avventura didattica “La favola del lago”, divenuta libro nel 1985.

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