Claudia Farina scrittrice Verona
Dolce vita,  Reportage

Maria Luisa Ruffo tra visibile e invisibile

Sono opere “Memorabilia”, da tenere in mostra permanente, come ricordo e amore verso la terra materna. La pittrice è Maria Luisa Ruffo, la terra madre è Soave, chi ha fortemente voluto la mostra delle sue opere curandone la monografia è Maria Teresa Benetton, con presentazione di Ernesto Santi, Alessandra Ticozzi e il supporto di Ennio Ambrosini Ruffo, parente dell’artista.
Continua fino a domenica 29 settembre (finissage alle ore 17) la mostra antologica di Maria Luisa Ruffo (Soave 1904-Verona 1981) presso la Chiesa di San Rocco in Borgo Bassano a Soave (Verona); per chi perde questa occasione straordinaria, può ammirare alcune opere in mostra permanente presso la Sala del Camino delle Soaverie, ultime stanze del Palazzo dei Conti Sambonifacio, in via Roma 17.
Ognuno, di fronte ai quadri della Ruffo, vedrà quello che vuol vedere traendone personali emozioni, ma il coinvolgimento è tangibile, materico e spirituale allo stesso tempo, come una presa di coscienza che irrompe tra colori, forme, rimembranze.
I soggetti dipinti (persone, animali, paesaggi) escono dalla cornice per immortalare lavori, fatiche e riti secolari quali la vendemmia; vedute di Verona e Venezia diventano paesaggi dell’anima, quelli che fanno riannodare all’indietro i fili della propria esistenza e delle genealogie passate da cui deriviamo. Tratti bucolici ma più spesso realistici, tratteggiano la fatalità che colpisce impietosa, la debolezza della condizione umana – salvata dalla provvidenza divina – ma anche percorsi di gioia, evidenziati nei quadri dedicati al Circo e alle feste.
Il linguaggio artistico è perlopiù sobrio, privo di retorica, indirizzato al cuore del racconto. E’ un percorso visivo con uno stile sapientemente sottratto alle mode, che segue una coerenza interna: l’attesa, il trascorrere del tempo, il senso della morte, l’illusione, la delusione, l’irrequietezza, la ricerca.
La mostra apre orizzonti e visuali, svelando significati, ispirazioni, assonanze, appunto, tra natura, arte e sentimento, adeguata al risveglio spirituale di questi ultimi anni, come dimostrano le opere a soggetto religioso: l’io addolorato, suggestioni evangeliche, immagini e incubi. Sperimentando con svariati materiali, la pittrice trovò consono (e noi altamente suggestivo) l’utilizzo della conchiglia madreperla per i volti, con effetti ad alto impatto espressivo nei quadri della Deposizione. La sua vita (le limitazioni motorie, la residenza in campagna, il soggiorno a Venezia…) è stata la fonte d’ispirazione primaria di un percorso artistico importante, apprezzato in tante mostre lei presente e, dopo qualche decennio di silenzio, ora riproposto con successo e amorevole cura, riunendo opere, testimonianze, documenti. E’ stato così storicizzato il dinamismo della sua ricerca, formale e cromatica, fino a svelare l’irrefrenabile desiderio dell’artista di andare oltre il consueto, oltre il già sperimentato, oltre le dimensioni conosciute… oltre! Perché nessun dolore è definitivo quando l’arte chiama e l’artista risponde, in una stanza tutta per sé divenuta spazio poetico, come ha fatto Maria Luisa Ruffo.
E più si guardano le sue opere in prospettiva, più forte è la sensazione che si tratti di un’unica freccia lanciata nell’immensità dell’arte, fino a lambire universi paralleli e celesti, in un vortice tra visibile e invisibile.

Info: Maria Teresa Benetton, Soaverie, tel. 333 2175073

Sono nata a due chilometri dal Garda e il lungolago di Peschiera è stata la mia long beach, “esotica” e invitante come appariva agli adolescenti di fine anni ’60. Alla scuola elementare decisi di fare la maestra e così fu; alla media la professoressa di lettere, così non fu ma ebbi l’abilitazione per la cattedra; alle superiori la giornalista, e così è stato, nella seconda vita professionale. Quanto mi è piaciuto insegnare a leggere e scrivere ai bambini, sentivo il privilegio di dare loro gli strumenti per comprendere il mondo. Erano gli anni ’70, densi di progetti, aspettative, azioni dirompenti rispetto alla cultura precedente, perciò decisi di mettermi al timone della nave diventando dirigente scolastica e in questa veste ho partecipato all’avventura didattica “La favola del lago”, divenuta libro nel 1985.

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